Quando comincia davvero un’epoca: con un evento politico oppure con il modo in cui una società comunica? Nella storia contemporanea le due risposte non si escludono. Guerre, rivoluzioni e cambiamenti istituzionali restano decisivi, ma non spiegano da soli come le trasformazioni siano state diffuse, comprese e conservate. Per farlo bisogna osservare anche le tecnologie della comunicazione, le reti che esse sostengono, i valori culturali che contribuiscono a formare e le fonti che lasciano agli storici.
Questo sposta una questione molto concreta. Stabilire il periodo della storia contemporanea non significa soltanto scegliere una data iniziale e una finale. Significa anche domandarsi quali infrastrutture abbiano permesso a una società di raccontare il proprio presente e quali tracce di quel racconto siano arrivate fino a noi.
La storia contemporanea non ha un solo calendario
La periodizzazione è già un problema storico, non un contenitore neutro. Il corso di Fonti e metodi per la Storia contemporanea dell’Università di Roma Tor Vergata include fra i suoi temi proprio le definizioni della disciplina, le interpretazioni, i problemi di periodizzazione, le scuole storiografiche, il ruolo dello storico e l’uso pubblico della storia. Documenta quindi che delimitare un’epoca richiede scelte argomentate, non la semplice applicazione di una cronologia.
Una data politica può indicare una rottura visibile. Non chiarisce però, da sola, attraverso quali canali quella rottura sia stata comunicata, quale pubblico abbia potuto raggiungere o in quale forma sia stata archiviata. L’ipotesi utile è allora affiancare al calendario degli eventi una seconda scansione, costruita sui modi di produrre, far circolare e conservare le informazioni.
Dalla tecnologia alle fonti: la sequenza che rende leggibile il cambiamento
Il programma di Storia della comunicazione contemporanea dell’Università degli Studi di Milano propone, facendo riferimento a Marshall Poe, cinque fasi: età dell’oralità, della scrittura a mano, della stampa, dei media audiovisivi e di Internet. È una griglia attestata da quello specifico insegnamento, non una periodizzazione universalmente accettata dalla storiografia.
Inoltre, le cinque età non vanno confuse con cinque blocchi chiusi e consecutivi della storia contemporanea. Oralità e scrittura a mano precedono di molto il periodo contemporaneo, ma continuano a esistere dentro le fasi successive. La loro presenza nella griglia serve a riconoscere gli strati sui quali si costruiscono i sistemi più recenti.
Il passaggio decisivo segue una sequenza: una tecnologia rende possibili determinate forme di comunicazione; queste alimentano reti mediatiche; le reti incidono sulle pratiche e sui valori culturali; da tali processi derivano fonti diverse. La tecnologia, quindi, non si limita a trasportare un contenuto già formato. Condiziona chi può produrlo, come può circolare e in quale forma potrà essere ritrovato.
Oralità: la trasmissione dipende dalla relazione
Nella fase dell’oralità la modalità centrale è la parola pronunciata. La rete coincide con le relazioni attraverso cui un racconto viene ascoltato, ripetuto e trasmesso. Il valore culturale della comunicazione è legato anche al riconoscimento della voce e alla continuità della memoria condivisa.
Per lo storico, il punto non è considerare l’oralità una forma imperfetta in attesa della scrittura. È capire che produce fonti con caratteristiche proprie e che può essere recuperata attraverso il lavoro sulla memoria. Non a caso, tra le letture indicate dal corso di Roma Tor Vergata figura Voci della memoria di Bruno Bonomo. Il riferimento segnala la rilevanza metodologica delle fonti orali nello studio del contemporaneo, senza trasformarle in una registrazione trasparente del passato.
Scrittura a mano: comunicare significa anche selezionare e conservare
Con la scrittura a mano l’informazione acquista una forma materiale che può essere trasferita e conservata. La rete non dipende più soltanto dalla presenza di chi parla, ma anche dai soggetti e dai luoghi che producono, fanno circolare e custodiscono i documenti.
Qui emerge un passaggio che riguarda direttamente lo storico: ciò che viene scritto non coincide con tutto ciò che è accaduto, e ciò che viene conservato non coincide con tutto ciò che è stato scritto. La fonte è già il risultato di selezioni. L’archivio non appare quindi come un deposito automatico della realtà, ma come una componente della società che lo ha prodotto. È significativo che il programma romano includa anche Gli archivi nella società contemporanea di Isabella Zanni Rosiello.
Stampa: la riproduzione modifica la rete
Nella griglia milanese, la stampa identifica una fase nella quale la riproduzione dei contenuti ridefinisce l’estensione e il funzionamento delle reti comunicative. Non cambia soltanto la quantità dei materiali disponibili: cambia il rapporto tra produzione, distribuzione e pubblico.
Dal punto di vista culturale, la domanda non è semplicemente che cosa venga stampato. Conta come la riproduzione contribuisca a stabilire quali discorsi acquistino visibilità, autorevolezza o riconoscibilità. Per lo storico, una fonte stampata deve perciò essere letta sia per ciò che afferma sia per la rete che l’ha resa disponibile.
Questo evita un errore comune: trattare un documento diffuso come se la sua circolazione ne garantisse la verità. Fra i testi adottati a Roma Tor Vergata compare La guerra e le false notizie di Marc Bloch, un riferimento coerente con l’esigenza di interrogare criticamente produzione, trasmissione e attendibilità dell’informazione.
Media audiovisivi: la traccia non è soltanto scritta
Con i media audiovisivi, immagini e suoni entrano stabilmente nella costruzione e nella trasmissione del racconto pubblico. La rete mediatica non distribuisce soltanto testi: organizza forme di ascolto e visione, con linguaggi e criteri di selezione propri.
Di conseguenza, la cultura non può essere ricostruita considerando l’immagine o la voce registrata come una semplice aggiunta illustrativa. Anche questi materiali sono fonti e richiedono domande sulla loro produzione, sul contesto nel quale hanno circolato e sul pubblico cui erano rivolti. A cambiare non è solo il supporto. Cambia ciò che una società può mostrare, registrare e riconoscere come testimonianza.
Internet: la rete riorganizza anche ciò che esisteva prima
L’età di Internet non aggiunge soltanto un nuovo mezzo alla serie. Nel programma milanese riceve particolare attenzione la “ri-mediatizzazione” dei media analogici nell’attuale sistema comunicativo ibrido. Il termine indica un problema preciso: materiali nati in ambienti precedenti vengono riproposti, trasformati e inseriti in nuove condizioni di accesso e circolazione.
Un documento analogico reso disponibile nel sistema digitale non perde la propria storia materiale, ma viene incontrato attraverso una rete differente. Per il lettore può sembrare lo stesso contenuto; per lo storico non è necessariamente lo stesso oggetto. Occorre distinguere la fonte originaria dalla sua nuova presentazione, perché selezione, ordinamento e contesto di consultazione possono essere cambiati.
La conseguenza culturale è altrettanto importante. Il digitale non cancella oralità, manoscritto, stampa o audiovisivo: li combina e li rende nuovamente presenti. Le cinque fasi funzionano allora meglio come strati interagenti che come stanze separate.
Che cosa cambia nel modo di leggere una fonte
Se si adotta questa prospettiva, una fonte non viene valutata soltanto per il contenuto. Diventano rilevanti almeno quattro dimensioni collegate: la tecnologia con cui è stata prodotta, la rete che l’ha fatta circolare, il sistema culturale nel quale ha acquistato significato e il processo che ne ha permesso la conservazione.
Non si tratta di applicare una procedura meccanica. Il corso di Fonti e metodi per la Storia contemporanea di Roma Tor Vergata dichiara fra i propri obiettivi la capacità di lavorare criticamente sulle fonti, formulare ipotesi originali e comunicare sia a specialisti sia a non specialisti. La valutazione attribuisce il 70% all’approfondimento delle conoscenze e il 30% alla capacità espressiva e al pensiero critico indipendente: un’impostazione che lega il sapere documentale alla qualità dell’interpretazione.
Il dubbio pratico, davanti a un documento, diventa quindi più preciso. Non basta chiedere se sia autentico o che cosa racconti. Bisogna capire quale sistema comunicativo lo abbia reso possibile e se la forma oggi consultabile coincida con quella nella quale il documento era stato prodotto e ricevuto.
Il digitale costringe a rileggere anche l’analogico
La ri-mediatizzazione rende visibile un tratto spesso trascurato della storia contemporanea: ogni epoca eredita e riorganizza i media precedenti. La rete digitale può ospitare parole, scritti, materiali stampati e contenuti audiovisivi, ma la loro compresenza non elimina le differenze originarie. Al contrario, obbliga a riconoscerle.
I fatti documentati dai due programmi universitari sono circoscritti: Milano propone la griglia delle cinque fasi e studia il rapporto fra network mediatici e valori culturali; Roma Tor Vergata mette al centro periodizzazione, fonti e lavoro critico dello storico. L’interpretazione sviluppata qui consiste nel collegare questi elementi in una sola sequenza, dalla tecnologia alla rete, dalla rete alla cultura e dalla cultura alle fonti.
Una periodizzazione convincente non elimina gli eventi politici e non li sostituisce con la storia dei media. Dichiara, però, quali infrastrutture comunicative abbiano reso possibile conservarne e trasmetterne le tracce. È in questo senso che la tecnologia non diffonde soltanto la storia: contribuisce a stabilire quale storia potrà essere studiata.
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